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Nasce la Città

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Goethe nel suo Viaggio in Italia, passando anche da Venezia, volle annotare queste considerazioni:

“Non per capriccio questa popolazione si rifugiò su quest’isole, né per libera scelta altri vennero a unirsi ai primi; fu la necessità che insegnò loro a cercar sicurezza in una posizione così sfavorita, la quale si mutò poi in vantaggio e li rese ingegnosi, quando tutto il mondo a settentrione era ancora prigioniero delle tenebre; e che si moltiplicassero e si arricchissero ne fu logica conseguenza”


A partire dai primi anni del VII° secolo, sotto la pressione longobarda, si determina un progressivo, cospicuo trasferimento di persone che fuggono verso quel mondo discontinuo di isole. Fuggono dalle loro ricche ville ben costruite, ornate di marmi e mosaici, dai loro cascinali, dalle botteghe e dalle loro parrocchie e qui trovano canali inerti e neghittosi, sabbie con intrichi di rovi e ginestre, una brughiera dai colori spenti e di poche linee orizzontali: erba, acqua e cielo. Poche le abitazioni degne di questo nome: ci sono capanne e rifugi per il lavoro o gli animali, pochi i camminamenti e forse rarissimi i ponti. (da: S.Bettini – Venezia, nascita di una città – Electa – pag. 47-48 e 51) La fuga, per quanto avvenimento traumatico, non ci viene tuttavia tramandata come un’occupazione da parte di “esterni” e deve essere letta con i suoi connotati di continuità culturale: una ritirata verso terre e acque familiari, già frequentate e almeno in parte già di proprietà. Solo così si può capire il processo di consolidamento che, su quelle isole precarie e melmose, interviene praticamente da subito, senza ripensamenti, ed anzi con tale alacrità ed energia da creare, in un paio di secoli o poco più, una città dove, fra capanne di giunco e di falasco, nidificavano aironi e folaghe ed erbose barene regolavano il mescolarsi di acque fluviali e salmastre. Ci troviamo di fronte ad una colonizzazione interna, alla trasmigrazione di comunità perfettamente organizzate, gelose della loro specificità che si ricostituiscono in nuclei organici, con le loro chiese dedicate al Santo Patrono, le case gentilizie dei tribuni fondatori, le loro corti collettive, i loro campi che sono insieme: sagrato, mercato, approdo comune, sede delle feste e dei giuochi e camposanto. Non si trattò del resto di un esperienza unica: si pensi ai numerosi nuclei conventuali che in quei tempi si andavano formando in laguna, o ad altri insediamenti come Torcello e Burano. E non fu neppure la prima se si tien conto di Altino e di Malamocco che la precedettero di qualche secolo, ubicati, come la nascente Venezia, a cavallo dei maggiori fiumi-canali fra terraferma e mare. Questi emigranti mantengono ancora proprietà in terra veneta: grosse mandrie di bovini, cavalli, maiali e poi vigne, orti e frutteti. Sotto di loro fittavoli erano obbligati a pagamenti in forma di pollame, uova e simili. Queste proprietà non passano tutte in mano longobarda ed il collegamento con la terra ferma non viene mai completamente meno: si pensi ad esempio che fino alla sua caduta (639) Oderzo continuerà ad essere il centro amministrativo, civile e militare della provincia veneta. La città delle origini è fatta quindi da queste cellule urbanistiche elementari, le isole, ciascuna delle quali si dota a poco a poco di infrastrutture essenziali, come il campo e la chiesa, attorno alle quali convergono, come si è detto, le primitive comunità. Venezia nasce con più baricentri, ciascuno con una sua relativa autonomia e identità. Fra il 602 e la metà del secolo i profughi si spargono per un’ampia zona lagunare: Chioggia costituisce il riferimento naturale per gli abitanti della bassa padovana; i lidi di Albiola e Malamocco ospitano trevigiani e padovani; Grado e Caorle vedono l’arrivo di genti friulane dai territori di Aquileia e Concordia; a Civitanova (Eraclea) e Jesolo giungono da Oderzo; Torcello, Olivolo e Rialto accolgono popolazioni di Altino e di Treviso. Il residuo dominio di Bisanzio in Veneto è perciò disperso fra le acque salmastre; solo qualche brandello rimaneva in terraferma, brevi tratti di territorio vicino ad Eraclea, nell’altinate e nel mestrino e poi la zona deltizia del Brenta, le campagne di Chioggia] e Cavarzere fino a Loreo in direzione del Po. Grado mantiene la funzione di centro ecclesiastico cui fanno riferimento i vescovi trasmigrati in laguna (Padova, Altino, Oderzo). Civitanova è sede delle autorità politico-militari; Torcello il primo centro commerciale dell’area, sede di un grande emporio. Nell’anno 639 a Torcello il magister militum Maurizio, governatore della provincia delle Venezie, costruisce la chiesa per ordine dell’esarca di Ravenna Isacio. Quasi certamente questi militari non costruiscono solo la chiesa, ma anche delle fortificazioni nell’isola, ed il nome Torcello allude forse alle torri della cinta muraria. Ed è probabile che analoghe trasformazioni di villaggi in castra, con mura difensive avvenissero anche in relazione al trasferimento di altri gruppi civili o religiosi. Giovanni diacono, nel X° secolo, distingue dodici isole economicamente e politicamente più importanti che formavano il ducato veneziano: Gradus, Bibiones, Caprulae (Caorle), Eracliana (Civitanova), Equilus (Jesolo), Torcellus, Morianas, Rivoaltus, Metamaucus (Malamocco), Pupilia, Clugies Minor, Clugies Maior (Chioggia) e Caput Argilis (Capodargile) “in extremitate Venecie”. Le cronache fanno risalire all’anno 639 la distruzione dell’antica città romana di Oderzo (Opitergium) da parte dei longobardi, comandati da Rotari. I suoi abitanti se ne vanno verso la fascia costiera e Magno, vescovo di Oderzo, va con loro. Il magister militum si trasferisce nell’area della così detta Civitas Nova, cioè un borgo sul mare e lungo le rive di una diramazione del Piave, che riceve nuovo impulso per il trasferimento del magister e che viene ribattezzato Heraclia, in omaggio all’imperatore bizantino del tempo.