Battaglia di Lissa

Uomini di ferro su navi di legno, hanno sconfitto uomini di legno su navi di ferro

dal rapporto dell’ammiraglio Willelm von Tegetthoff, “Brogliaccio” di bordo della “Ferdinand Maximilian”

La battaglia di Lissa fu teatro dell’ultima vittoria navale degli equipaggi della Serenissima.

Il 20 luglio 1866 a Lissa, un’isola dalmata nell’Adriatico, si affrontarono la flotta italiana e la flotta Austriaca.

In realtà la flotta Austriaca era composta quasi completamente da equipaggi provenienti dalle terre una volta soggette alla Repubblica di Venezia: dal Veneto, dal Friuli, dall’Istria, dalla Dalmazia, oltre che da Trieste e da Oltremare, e TUTTI gli ufficiali avevano studiato presso la I.R. Scuola del Collegio Navale di Venezia.

In poco più di una sola ora l’abilità di Tegetthoff e il valore dei marinai Veneti ha consentito alla marina Austro-Veneta (come la chiamano ancora gli storici austriaci) di riportare una vittoria meritata. Le perdite sono state complessivamente di 620 morti e 40 feriti fra gli equipaggi Italiani, e di 38 morti e 138 feriti fra quelli austro-veneti.

Curiosità 

  • L’ammiraglio comandante Willhelm von Tegettoff, benchè fosse in tutto e per tutto un Deutschosterreicher, era registrato a chiare lettere nell’apposito registro come Guglielmo Tegetthoff – e questo lo si può ancora vedere presso l’archivio dell’attuale Collegio Navale Francesco Morosini di Venezia.
  • Tutti gli ufficiali erano a perfetta conoscenza della lingua Veneta, al punto che gli ordini venivano in lingua Veneta! NOTANell’I.R. Marina Austro-Ungarica la lingua d’uso dagli ufficiali ai marinai fu sempre, fino al 1918, la lingua Veneta, nonostante i vani tentativi dell’ammiraglio Horty di introdurre la lingua ungherese.
  • Il Nocchiero che era al timone della ammiraglia Austriaca, la “Ferdinand Maximilian”, e che speronò affondandola l’ammiraglia Sardo-Ligure-Siculo-Napoletana, la “Re d’Italia”, si chiamava Vincenzo Vianello, da Pellestrina, detto el Graton e fu decorato con la medaglia d’oro al valor militare da Francesco Giuseppe: fu una delle tre medaglie d’oro e delle cento quaranta d’argento elargite in quel giorno ai marinai Veneti ( su un totale di 14 d’oro e di 240 d’argento: le altre furono concesse agli ufficiali austriaci!)
  • Al momento dello speronamento, Tegetthoff disse in Veneto al Vianello daghe dentro, Nino, che i butemo a fondi!
  • Al momento dell’affondamento della nave Italiana, da quelle Austriache si levò un solo grido VIVA S. MARCO!

 

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Testo basato sull’originale diGigio Zanon

Categoria: Storia di Venezia

 

In poco più di una sola ora l’abilità di Tegetthoff e il valore dei marinai Veneti ha consentito alla marina Austro-Veneta (come la chiamano ancora gli storici austriaci) di riportare una vittoria meritata. Le perdite sono state complessivamente di 620 morti e 40 feriti fra gli equipaggi Italiani, e di 38 morti e 138 feriti fra quelli austro-veneti.

Curiosità 

  • L’ammiraglio comandante Willhelm von Tegettoff, benchè fosse in tutto e per tutto un Deutschosterreicher, era registrato a chiare lettere nell’apposito registro come Guglielmo Tegetthoff – e questo lo si può ancora vedere presso l’archivio dell’attuale Collegio Navale Francesco Morosini di Venezia.
  • Tutti gli ufficiali erano a perfetta conoscenza della lingua Veneta, al punto che gli ordini venivano in lingua Veneta! NOTANell’I.R. Marina Austro-Ungarica la lingua d’uso dagli ufficiali ai marinai fu sempre, fino al 1918, la lingua Veneta, nonostante i vani tentativi dell’ammiraglio Horty di introdurre la lingua ungherese.
  • Il Nocchiero che era al timone della ammiraglia Austriaca, la “Ferdinand Maximilian”, e che speronò affondandola l’ammiraglia Sardo-Ligure-Siculo-Napoletana, la “Re d’Italia”, si chiamava Vincenzo Vianello, da Pellestrina, detto el Graton e fu decorato con la medaglia d’oro al valor militare da Francesco Giuseppe: fu una delle tre medaglie d’oro e delle cento quaranta d’argento elargite in quel giorno ai marinai Veneti ( su un totale di 14 d’oro e di 240 d’argento: le altre furono concesse agli ufficiali austriaci!)
  • Al momento dello speronamento, Tegetthoff disse in Veneto al Vianello daghe dentro, Nino, che i butemo a fondi!
  • Al momento dell’affondamento della nave Italiana, da quelle Austriache si levò un solo grido VIVA S. MARCO!

 

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Testo basato sull’originale diGigio Zanon

Categoria: Storia di Venezia

 

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Vacca, vista colare a picco la “Re d’Italia”, su cui crede imbarcato Persano, immagina che l’ammiraglio sia morto e che tocchi a lui prendere il comando. Nessuno gli ha riferito che Persano si era invece trasferito sull’Affondatore. Tenta allora di raccogliere intorno a sé quanto gli è possibile di corazzate italiane. Ma Tegetthoff ha dato il segnale di radunata. Sono le 11.45 e il combattimento è finito.

Gli esiti della battaglia

Gli italiani hanno avuto due navi affondate e seicentoquaranta marinai annegati con esse, oltre a otto morti e quaranta feriti in combattimento. Gli austriaci trentotto morti e centotrentotto feriti.

L’ammiraglio italiano, scombussolato e fuori di sé, esitò nell’inseguire il nemico, così gli austriaci se ne andarono indisturbati e Persano non approfittò delle otto ore di luce a sua disposizione prima del tramonto, per mettersi a caccia di Tegetthoff e attaccarlo.

L’infausta giornata si concluse con il ritorno, alle 22.30, di alcune navi italiane nelle acque della battaglia per raccogliere quei naufraghi di cui fosse stato possibile ancora il salvataggio.

Nella primavera del 1867 l’ammiraglio Persano venne messo sotto processo per la sconfitta di Lissa.

Guido Piovene, il grande scrittore ed intellettuale Veneto del ‘900, disse che “la battaglia di Lissa fu l’ultima grande vittoria della Marina Veneziana”.

In poco più di una sola ora l’abilità di Tegetthoff e il valore dei marinai Veneti ha consentito alla marina Austro-Veneta (come la chiamano ancora gli storici austriaci) di riportare una vittoria meritata. Le perdite sono state complessivamente di 620 morti e 40 feriti fra gli equipaggi Italiani, e di 38 morti e 138 feriti fra quelli austro-veneti.

Curiosità 

  • L’ammiraglio comandante Willhelm von Tegettoff, benchè fosse in tutto e per tutto un Deutschosterreicher, era registrato a chiare lettere nell’apposito registro come Guglielmo Tegetthoff – e questo lo si può ancora vedere presso l’archivio dell’attuale Collegio Navale Francesco Morosini di Venezia.
  • Tutti gli ufficiali erano a perfetta conoscenza della lingua Veneta, al punto che gli ordini venivano in lingua Veneta! NOTANell’I.R. Marina Austro-Ungarica la lingua d’uso dagli ufficiali ai marinai fu sempre, fino al 1918, la lingua Veneta, nonostante i vani tentativi dell’ammiraglio Horty di introdurre la lingua ungherese.
  • Il Nocchiero che era al timone della ammiraglia Austriaca, la “Ferdinand Maximilian”, e che speronò affondandola l’ammiraglia Sardo-Ligure-Siculo-Napoletana, la “Re d’Italia”, si chiamava Vincenzo Vianello, da Pellestrina, detto el Graton e fu decorato con la medaglia d’oro al valor militare da Francesco Giuseppe: fu una delle tre medaglie d’oro e delle cento quaranta d’argento elargite in quel giorno ai marinai Veneti ( su un totale di 14 d’oro e di 240 d’argento: le altre furono concesse agli ufficiali austriaci!)
  • Al momento dello speronamento, Tegetthoff disse in Veneto al Vianello daghe dentro, Nino, che i butemo a fondi!
  • Al momento dell’affondamento della nave Italiana, da quelle Austriache si levò un solo grido VIVA S. MARCO!

 

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Testo basato sull’originale diGigio Zanon

Categoria: Storia di Venezia

 

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Il giorno dopo riprende l’attacco ai forti ma alla fine l’esito sarà ancora quello del giorno prima, cioè molto modesto. Verso sera arriva il tanto atteso “Affondatore”, con due pirofregate e una corvetta, a bordo delle quali vi sono centoventicinque fanti di marina.

Lo scontro con la flotta austriaca

Nel frattempo la flotta austriaca, al comando dell’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, è partita da Pola, decisa a non perdere una simile occasione d’oro, quella di attaccare la scompaginata flotta italiana sparpagliata intorno a Lissa. Tegetthoff ha sette corazzate di ferro, più vecchie e meno veloci di quelle italiane anche se bene armate. In tutto dispone di ventisette navi e di 178 cannoni a canna liscia, contro i 252 cannoni italiani a canna rigata. Si trova quindi in condizioni di inferiorità. Divide le sue forze in tre squadre, prende il comando della prima e affida le altre due al capitano di vascello Petz e al capitano di fregata Eberle. Egli è imbarcato sulla corazzata “Ferdinand Max”, l’ammiraglia che è al comando del capitano di fregata Sternack, e dirige verso Lissa.

Nella notte tra il 19 e il 20 luglio Persano è stato raggiunto dalla nave di trasporto “Piemonte” con altri cinquecento uomini di fanteria di marina, perché questo è il giorno in cui lo sbarco deve aver luogo a ogni costo.

Alle 7.50 del mattino del 20 luglio 1866 la nave “Esploratore” avvista la flotta austriaca in navigazione e avvisa l’ammiraglio italiano.

Alle 8.10 Persano ordina ad Albini di sospendere le operazioni di sbarco. Non è più tempo di pensare all’occupazione dell’isola. Ora si tratta di affrontare in battaglia gli austriaci. Raduna frettolosamente le sue navi disperse per così contrastare in forze il nemico che sta avanzando in triplice formazione a cuneo.

Persano divide le navi in tre gruppi: in testa, la “Principe di Carignano”, la “Castelfidardo” e l”‘Ancona” al comando di Vacca; al centro la “Re d’Italia”, la “Palestro” e la “San Martino” ai suoi ordini; infine la “Re di Portogallo”, la “Terribile”, la “Varese” e la “Maria Pia” affidate al capitano di vascello Riboty.

Alle 11.15 la battaglia incomincia con il primo colpo di cannone, sparato dalla “Principe di Carignano”, al quale gli austriaci rispondono furiosamente. Le prime navi di Tegetthoff passano arditamente nel varco tra l'”Ancona” e la “Re d’Italia” .

Vacca accosta sulla sinistra, con il proposito di concentrare insieme con Riboty il fuoco delle sue corazzate sulle navi di legno austriache, ma le sue unità sono ormai distanziate tra loro. Mentre Vacca ne ha abbastanza e si allontana, Tegetthoff punta l’attacco della squadra italiana di centro, quella di Persano, con il grosso delle sue forze. La “Ferdinand Max” piomba tra le navi di Persano, che nel frattempo era trasbordato sull’ “Affondatore”, e in questo preciso istante Tegetthoff si accorge che la “Re d’Italia” è ferma per un colpo che le ha bloccato il timone. L’ammiraglia austriaca la sperona cogliendola in pieno al centro, sfasciandole la fiancata.

Mentre Albini resta inattivo, sotto costa, sulla “Maria Adelaide”, senza che le sue navi di legno sparino un solo colpo di cannone, e Vacca si allontana, una cannonata austriaca centra la “Palestro” che sta tentando di correre in soccorso della “Re d’Italia”. Purtroppo il colpo di cannone va a finire sul deposito di carbone provocando l’esplosione della santabarbara e quindi l’affondamento della nave con duecentocinquanta fra ufficiali e marinai.

Resta ora per Tegetthoff il terzo gruppo di navi italiane e infatti la “Kaiser” di Petz muove all’attacco della “Re di Portogallo” di Riboty. Questi accosta violentemente e le due navi strusciano l’una contro l’altra. E la “Kaiser” a riportare i danni più gravi, sbandando in fiamme. Persano se ne rende conto e vorrebbe finirla, speronandola con l’ariete del suo “Affondatore”. Ma non sa bene come manovrare la nuovissima unità e va a finire che I “Affondatore” manca il bersaglio e la “Kaiser” può scamparla.

Vacca, vista colare a picco la “Re d’Italia”, su cui crede imbarcato Persano, immagina che l’ammiraglio sia morto e che tocchi a lui prendere il comando. Nessuno gli ha riferito che Persano si era invece trasferito sull’Affondatore. Tenta allora di raccogliere intorno a sé quanto gli è possibile di corazzate italiane. Ma Tegetthoff ha dato il segnale di radunata. Sono le 11.45 e il combattimento è finito.

Gli esiti della battaglia

Gli italiani hanno avuto due navi affondate e seicentoquaranta marinai annegati con esse, oltre a otto morti e quaranta feriti in combattimento. Gli austriaci trentotto morti e centotrentotto feriti.

L’ammiraglio italiano, scombussolato e fuori di sé, esitò nell’inseguire il nemico, così gli austriaci se ne andarono indisturbati e Persano non approfittò delle otto ore di luce a sua disposizione prima del tramonto, per mettersi a caccia di Tegetthoff e attaccarlo.

L’infausta giornata si concluse con il ritorno, alle 22.30, di alcune navi italiane nelle acque della battaglia per raccogliere quei naufraghi di cui fosse stato possibile ancora il salvataggio.

Nella primavera del 1867 l’ammiraglio Persano venne messo sotto processo per la sconfitta di Lissa.

Guido Piovene, il grande scrittore ed intellettuale Veneto del ‘900, disse che “la battaglia di Lissa fu l’ultima grande vittoria della Marina Veneziana”.

In poco più di una sola ora l’abilità di Tegetthoff e il valore dei marinai Veneti ha consentito alla marina Austro-Veneta (come la chiamano ancora gli storici austriaci) di riportare una vittoria meritata. Le perdite sono state complessivamente di 620 morti e 40 feriti fra gli equipaggi Italiani, e di 38 morti e 138 feriti fra quelli austro-veneti.

Curiosità 

  • L’ammiraglio comandante Willhelm von Tegettoff, benchè fosse in tutto e per tutto un Deutschosterreicher, era registrato a chiare lettere nell’apposito registro come Guglielmo Tegetthoff – e questo lo si può ancora vedere presso l’archivio dell’attuale Collegio Navale Francesco Morosini di Venezia.
  • Tutti gli ufficiali erano a perfetta conoscenza della lingua Veneta, al punto che gli ordini venivano in lingua Veneta! NOTANell’I.R. Marina Austro-Ungarica la lingua d’uso dagli ufficiali ai marinai fu sempre, fino al 1918, la lingua Veneta, nonostante i vani tentativi dell’ammiraglio Horty di introdurre la lingua ungherese.
  • Il Nocchiero che era al timone della ammiraglia Austriaca, la “Ferdinand Maximilian”, e che speronò affondandola l’ammiraglia Sardo-Ligure-Siculo-Napoletana, la “Re d’Italia”, si chiamava Vincenzo Vianello, da Pellestrina, detto el Graton e fu decorato con la medaglia d’oro al valor militare da Francesco Giuseppe: fu una delle tre medaglie d’oro e delle cento quaranta d’argento elargite in quel giorno ai marinai Veneti ( su un totale di 14 d’oro e di 240 d’argento: le altre furono concesse agli ufficiali austriaci!)
  • Al momento dello speronamento, Tegetthoff disse in Veneto al Vianello daghe dentro, Nino, che i butemo a fondi!
  • Al momento dell’affondamento della nave Italiana, da quelle Austriache si levò un solo grido VIVA S. MARCO!

 

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Testo basato sull’originale diGigio Zanon

Categoria: Storia di Venezia

 

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Prima del 1797 non esisteva nemmeno una marina Austriaca ed è dopo quella data che nasce col nome di “OSTERREICH – VENEZIANISCHE MARINE” (Marina Austro-Veneta), composta da ufficiali e marinai provenienti dalle terre della ex Repubblica di Venezia, i quali avevano ben recepite le sue millenarie tradizioni marinare, militari, culturali e storiche. Nel 1849, dopo la rivoluzione Veneta capitanata da Daniele Manin, vi era stata una “austriacizzazione” nella denominazione ufficiale e l’espressione “Veneta” venne tolta; inoltre fra gli ufficiali vi era stato un certo ricambio ed il tedesco era sì diventato la lingua primaria, ma non fra gli equipaggi. Infatti questo cambiamento non poteva essere fatto in così breve tempo. I nuovi marinai continuavano ad essere reclutati nelle terre Venete dell’impero asburgico, e non certamente nelle regioni Alpine o Austriache. NOTA In realtà potevano anche essere arruolati nell’I.R. Marina coloro che abitavano in località situate sui fiumi che sfociano in mare; così potevano essere arruolati giovani di Trento e Merano, bagnate dall’Adige, ma non di Bolzano.

Contesto storico

Il contesto storico è quello della terza guerra d’indipendenza. L’Italia scende ancora una volta in campo contro l’Austria-Ungheria, a fianco della Prussia. La guerra è stata dichiarata il 20 giugno e solo 4 giorni dopo, il 24, l’esercito italiano viene sconfitto a Custoza, nei pressi di Verona, in una strana battaglia dove il numero delle perdite risulterà pesante e dove più che gli austriaci a considerarsi vittoriosi saranno gli stessi italiani a ritenersi sconfitti.

Lo smacco di Custoza non era grave militarmente ma lo era politicamente, perché il giovane regno d’Italia mostrava la sua inconsistenza nazionale di fronte all’Europa. A questo punto bisognava ottenere una rivincita immediata di Custoza: occorreva una vittoria pronta e convincente e poiché questa vittoria non era in grado di darla l’Esercito, toccava alla Marina. Una vittoria navale, anziché terrestre, era il riscatto.

In quell’anno il Presidente del Consiglio è il barone Bettino Ricasoli, il ministro della Marina Agostino Depretis, il comandante della flotta l’ammiraglio conte Carlo Pellion di Persano. Poiché il governo vuole lavare l’onta di Custoza, e vuole lavarla sul mare, tocca a Persano di eseguire. All’Ammiraglio gli è stato ordinato di “sbarazzare l’Adriatico dalle forze nemiche, attaccandole e bloccandole in qualunque posto dove si troveranno”. In che modo, non glielo dicono. Dovrà essere affar suo.

La flotta al comando di Persano, che è sulla nave ammiraglia “Re d’Italia”, è composta dalla squadra sussidiaria, o seconda squadra, comandata dal viceammiraglio Albini, composta da fregate e corvette di legno, e la squadra d’assedio, o terza squadra, agli ordini del contrammiraglio Vacca, con le unità minori corazzate. La squadra da battaglia, o prima squadra, formata dalle fregate corazzate più efficienti, dipende direttamente da lui.

Il 25 giugno, il giorno dopo la sconfitta di Custoza, Persano trasferisce la flotta italiana ad Ancona ai primi di luglio azzarda una crocerina nel mezzo dell’Adriatico, rientrando in porto il 13 senza aver visto nemmeno l’ombra d’un nemico.

Il 15 luglio il ministro della Marina Depretis si presenta ad Ancona con un piano di guerra: Persano deve prendere l’isola di Lissa, previo bombardamento, e sbarcarvi un corpo di occupazione.

Lissa è una piccola isola situata di fronte alla costa Dalmata, conosciuta fin dall’antichità come Issa e più volte nominata dai Greci. E’stata base navale della Repubblica di Venezia dal XI secolo fino alla sua caduta, il 12 maggio 1797, ad opera del nefando Napoleone. Fu ceduta, dopo il trattato di Campoformido, all’Austria nell’agosto dello stesso anno, assieme agli altri possedimenti d’oltre mare di Venezia, e diventò una base navale fortificata dell’impero austro-ungarico, al comando del colonnello Urs de Margina, romeno di Transilvania.

Il 16 luglio l’ammiraglio Persano lascia Ancona con la flotta. Sono trentatrè navi divise in tre squadre, tra corazzate (undici), unità in legno (sette), cannoniere (tre), piroscafi (sette) e carboniere. Da un momento all’altro si attende l’arrivo della nave più potente e moderna, L “Affondatore”, una corazzata con torri mobili e uno sperone di otto metri di lunghezza. Un ariete che è stato costruito in Inghilterra ma è in navigazione per raggiungere l’Adriatico: ed è la nave su cui la flotta italiana conta per diventare invincibile (Ma non l’aspetta! Parte comunque).

Per prima cosa Persano manda avanti in ricognizione il suo capo di Stato Maggiore D’Amico sul “Messaggierie”, perché compia una ricognizione intorno a Lissa e riferisca sulla natura dei luoghi e sulla consistenza delle difese. La sua relazione costituisce tutto quanto gli italiani riusciranno ad avere a disposizione, quanto a informazioni militari e all’incirca il loro obiettivo. Su così esili basi, Persano vuole o “deve” muoversi.

 

L’attacco a Lissa

Lissa sarà investita da tre gruppi di navi che attaccheranno i tre principali ancoraggi: Vacca, con tre corazzate della squadra sussidiaria, contro Porto Comisa; Albini, con la squadra d’assedio delle unità di legno, contro Porto Manego, dove sbarcherà; Persano, con la squadra dà battaglia, contro Porto San Giorgio. Le navi “Esploratore” e “Stelle d’Italia” sono dislocate a nord e a sud dell’isola, in funzione di avvistamento. Dunque una flotta sparpagliata un po’ qua e un po’ là, con l’unica direttiva comune di bombardare i forti del nemico e di distruggerli.

Le operazioni iniziano all’alba del 18 luglio.

Le tre squadre si mettono in movimento ed entrano in azione, ma i risultati, a sera, sono molto modesti. Persano ha ridotto al silenzio alcune delle fortificazioni di Porto San Giorgio, mentre Albini decide di interrompere il bombardamento dopo un paio di bordate contro Porto Manego. Anche Vacca non si comporta meglio del collega. Apre il fuoco contro porto Comisa, ma subito anche lui ritiene di averne abbastanza e dà ordine di smettere.

A questo punto Persano convoca Albini e Vacca per un consiglio di guerra.

Invece di spiegarsi e di trovare un accordo, cominciano a litigare e si lasciano furibondi, senza avere concluso niente.

Quale contraltare a questo, la allora marina Italiana era in netto contrasto nel suo interno e la rivalità fra le sue tre componenti (la Siciliana o Garibaldina, la Napoletana e la Sardo-Ligure) era assai grande e notevole.

Inoltre fra i comandanti delle tre squadre vi era non solo divisione, ma anche rancore: infatti tra l’ammiraglio Persano, l’ammiraglio Albini e l’ammiraglio Vacca vi addirittura odio! Gli ordini, poi, venivano dati nelle rispettive lingue, o dialetti, ed in tale modo era del tutto evidente che fra gli equipaggi Italiani regnasse il caos più grande!

Il giorno dopo riprende l’attacco ai forti ma alla fine l’esito sarà ancora quello del giorno prima, cioè molto modesto. Verso sera arriva il tanto atteso “Affondatore”, con due pirofregate e una corvetta, a bordo delle quali vi sono centoventicinque fanti di marina.

Lo scontro con la flotta austriaca

Nel frattempo la flotta austriaca, al comando dell’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, è partita da Pola, decisa a non perdere una simile occasione d’oro, quella di attaccare la scompaginata flotta italiana sparpagliata intorno a Lissa. Tegetthoff ha sette corazzate di ferro, più vecchie e meno veloci di quelle italiane anche se bene armate. In tutto dispone di ventisette navi e di 178 cannoni a canna liscia, contro i 252 cannoni italiani a canna rigata. Si trova quindi in condizioni di inferiorità. Divide le sue forze in tre squadre, prende il comando della prima e affida le altre due al capitano di vascello Petz e al capitano di fregata Eberle. Egli è imbarcato sulla corazzata “Ferdinand Max”, l’ammiraglia che è al comando del capitano di fregata Sternack, e dirige verso Lissa.

Nella notte tra il 19 e il 20 luglio Persano è stato raggiunto dalla nave di trasporto “Piemonte” con altri cinquecento uomini di fanteria di marina, perché questo è il giorno in cui lo sbarco deve aver luogo a ogni costo.

Alle 7.50 del mattino del 20 luglio 1866 la nave “Esploratore” avvista la flotta austriaca in navigazione e avvisa l’ammiraglio italiano.

Alle 8.10 Persano ordina ad Albini di sospendere le operazioni di sbarco. Non è più tempo di pensare all’occupazione dell’isola. Ora si tratta di affrontare in battaglia gli austriaci. Raduna frettolosamente le sue navi disperse per così contrastare in forze il nemico che sta avanzando in triplice formazione a cuneo.

Persano divide le navi in tre gruppi: in testa, la “Principe di Carignano”, la “Castelfidardo” e l”‘Ancona” al comando di Vacca; al centro la “Re d’Italia”, la “Palestro” e la “San Martino” ai suoi ordini; infine la “Re di Portogallo”, la “Terribile”, la “Varese” e la “Maria Pia” affidate al capitano di vascello Riboty.

Alle 11.15 la battaglia incomincia con il primo colpo di cannone, sparato dalla “Principe di Carignano”, al quale gli austriaci rispondono furiosamente. Le prime navi di Tegetthoff passano arditamente nel varco tra l'”Ancona” e la “Re d’Italia” .

Vacca accosta sulla sinistra, con il proposito di concentrare insieme con Riboty il fuoco delle sue corazzate sulle navi di legno austriache, ma le sue unità sono ormai distanziate tra loro. Mentre Vacca ne ha abbastanza e si allontana, Tegetthoff punta l’attacco della squadra italiana di centro, quella di Persano, con il grosso delle sue forze. La “Ferdinand Max” piomba tra le navi di Persano, che nel frattempo era trasbordato sull’ “Affondatore”, e in questo preciso istante Tegetthoff si accorge che la “Re d’Italia” è ferma per un colpo che le ha bloccato il timone. L’ammiraglia austriaca la sperona cogliendola in pieno al centro, sfasciandole la fiancata.

Mentre Albini resta inattivo, sotto costa, sulla “Maria Adelaide”, senza che le sue navi di legno sparino un solo colpo di cannone, e Vacca si allontana, una cannonata austriaca centra la “Palestro” che sta tentando di correre in soccorso della “Re d’Italia”. Purtroppo il colpo di cannone va a finire sul deposito di carbone provocando l’esplosione della santabarbara e quindi l’affondamento della nave con duecentocinquanta fra ufficiali e marinai.

Resta ora per Tegetthoff il terzo gruppo di navi italiane e infatti la “Kaiser” di Petz muove all’attacco della “Re di Portogallo” di Riboty. Questi accosta violentemente e le due navi strusciano l’una contro l’altra. E la “Kaiser” a riportare i danni più gravi, sbandando in fiamme. Persano se ne rende conto e vorrebbe finirla, speronandola con l’ariete del suo “Affondatore”. Ma non sa bene come manovrare la nuovissima unità e va a finire che I “Affondatore” manca il bersaglio e la “Kaiser” può scamparla.

Vacca, vista colare a picco la “Re d’Italia”, su cui crede imbarcato Persano, immagina che l’ammiraglio sia morto e che tocchi a lui prendere il comando. Nessuno gli ha riferito che Persano si era invece trasferito sull’Affondatore. Tenta allora di raccogliere intorno a sé quanto gli è possibile di corazzate italiane. Ma Tegetthoff ha dato il segnale di radunata. Sono le 11.45 e il combattimento è finito.

Gli esiti della battaglia

Gli italiani hanno avuto due navi affondate e seicentoquaranta marinai annegati con esse, oltre a otto morti e quaranta feriti in combattimento. Gli austriaci trentotto morti e centotrentotto feriti.

L’ammiraglio italiano, scombussolato e fuori di sé, esitò nell’inseguire il nemico, così gli austriaci se ne andarono indisturbati e Persano non approfittò delle otto ore di luce a sua disposizione prima del tramonto, per mettersi a caccia di Tegetthoff e attaccarlo.

L’infausta giornata si concluse con il ritorno, alle 22.30, di alcune navi italiane nelle acque della battaglia per raccogliere quei naufraghi di cui fosse stato possibile ancora il salvataggio.

Nella primavera del 1867 l’ammiraglio Persano venne messo sotto processo per la sconfitta di Lissa.

Guido Piovene, il grande scrittore ed intellettuale Veneto del ‘900, disse che “la battaglia di Lissa fu l’ultima grande vittoria della Marina Veneziana”.

In poco più di una sola ora l’abilità di Tegetthoff e il valore dei marinai Veneti ha consentito alla marina Austro-Veneta (come la chiamano ancora gli storici austriaci) di riportare una vittoria meritata. Le perdite sono state complessivamente di 620 morti e 40 feriti fra gli equipaggi Italiani, e di 38 morti e 138 feriti fra quelli austro-veneti.

Curiosità 

  • L’ammiraglio comandante Willhelm von Tegettoff, benchè fosse in tutto e per tutto un Deutschosterreicher, era registrato a chiare lettere nell’apposito registro come Guglielmo Tegetthoff – e questo lo si può ancora vedere presso l’archivio dell’attuale Collegio Navale Francesco Morosini di Venezia.
  • Tutti gli ufficiali erano a perfetta conoscenza della lingua Veneta, al punto che gli ordini venivano in lingua Veneta! NOTANell’I.R. Marina Austro-Ungarica la lingua d’uso dagli ufficiali ai marinai fu sempre, fino al 1918, la lingua Veneta, nonostante i vani tentativi dell’ammiraglio Horty di introdurre la lingua ungherese.
  • Il Nocchiero che era al timone della ammiraglia Austriaca, la “Ferdinand Maximilian”, e che speronò affondandola l’ammiraglia Sardo-Ligure-Siculo-Napoletana, la “Re d’Italia”, si chiamava Vincenzo Vianello, da Pellestrina, detto el Graton e fu decorato con la medaglia d’oro al valor militare da Francesco Giuseppe: fu una delle tre medaglie d’oro e delle cento quaranta d’argento elargite in quel giorno ai marinai Veneti ( su un totale di 14 d’oro e di 240 d’argento: le altre furono concesse agli ufficiali austriaci!)
  • Al momento dello speronamento, Tegetthoff disse in Veneto al Vianello daghe dentro, Nino, che i butemo a fondi!
  • Al momento dell’affondamento della nave Italiana, da quelle Austriache si levò un solo grido VIVA S. MARCO!

 

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Testo basato sull’originale diGigio Zanon

Categoria: Storia di Venezia

 

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