Invasioni barbariche

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I 170 anni che da qui ci porteranno fino all’arrivo dei Longobardi in Italia sono caratterizzati da condizioni politiche sempre più precarie e violente. Qui verranno percorsi quasi solo per titoli, scontando una certa superficialità, ma almeno i passaggi principali e le connessioni ci sono indispensabili per ricostruire il contesto in cui si formerà la città di Venezia.


Fra il 402 e il 403 Stilicone respinge l’invasione dei Visigoti guidati da Alarico; la capitale del regno viene trasferita da Milano a Ravenna, più protetta e meglio difendibile in quanto circondata da paludi. Non restano prove storiche che esistesse una sorta di patto di non aggressione fra Alarico e Stilicone, però, quando Onorio, mal consigliato, nel 408 decide di processare e condannare a morte il suo generale, non dovrà attendere per troppo tempo il ritorno di Alarico che con i suoi Visigoti nel 410 giungerà fino a Roma sottoponendola ad un saccheggio rovinoso. In questo frangente viene fatta prigioniera anche Galla Placidia, sorellastra dell’imperatore Onorio e di Arcadio; poi Alarico muore in Calabria, il Busento lo ospiterà suo malgrado, ed il successore, il fratello Ataulfo sposa Galla Placidia che così diviene regina dei Visigoti. Nel 415, quando Ataulfo è ucciso, lei recupera la libertà di ritornare in Italia alla corte di Onorio dove sposerà un suo generale, Flavio Costanzo. Dal matrimonio, nell’anno 419 nasce Flavio Placido Valentiniano. Costanzo aveva sconfitto i Visigoti stanziati in Italia, messo fuori gioco vari usurpatori del potere e rimesso un po’ in sesto il governo romano e imperiale; Onorio, debole e riconoscente nei suoi confronti lo aveva associato al suo potere nel 421 nominandolo Augusto. Nello stesso anno Costanzo muore e il Primicerio Giovanni usurpa il trono di Onorio che si ritirerà a Ravenna e lì morirà nel 425. Gallia Placidia, una seconda volta vedova, ripara con i figli alla corte di Costantinopoli dove regna Teodosio II, figlio di Arcadio, che non riconosce Giovanni quale imperatore romano. La “diatriba” può trovare una soluzione solo sul terreno militare e Giovanni se ne rende conto perciò spedisce il suo generale più bravo, Ezio, in missione presso gli Unni per ottenere un loro intervento mercenario a fianco di Roma e contro Costantinopoli. Ma Arcadio muove il suo esercito più lestamente del previsto e lo scontro fra i due eserciti avviene in assenza di Ezio e delle sue truppe, che ancora sono presso gli Unni. Nel 425 Giovanni è sconfitto e decapitato; Galla Placidia rientra in Ravenna per riprendersi il controllo dell’impero di Roma; il figlio Valentiniano, che ha solo sei anni, diviene imperatore col nome di Valentiniano III e lei di fatto regnerà in sua vece. Giovanni il Primicerio era morto da tre giorni quando giunge a Ravenna Ezio assieme ad un grosso esercito di Unni. (Per meglio comprendere sarà utile ricordare che il generale Flavio Ezio era figlio di un militare romanizzato ma di origine unna e aveva trascorso la sua giovinezza, come ostaggio, presso gli Unni. Grazie alle sue amicizie Ezio riuscì a condurre una politica di contenimento politico-militare in Gallia servendosi dei federati Unni contro Vandali e Burgundi. Quando però nel 451 Attila, il nuovo capo che dal 445 regnava sugli Unni, decise di sferrare un attacco senza pari verso le città della Gallia devastandole con morte e distruzione e rapina, fu proprio Ezio a guidare gli eserciti alleati: oltre a quello romano anche visigoti, alani, burgundi, bretoni, sassoni e franchi nella famosa battaglia dei Campi Catalaunici che vide Attila, soccombente, ritirarsi.) Che fare ? Ezio è stato uomo di Giovanni, Galla Placidia non lo gradisce, ma dietro di lui vede agitarsi tutti quegli Unni dalle sembianze inquietanti. La tensione si allenta solo quando Galla Placidia ed Ezio si accordano: gli Unni avrebbero ricevuto il loro compenso in denaro e se ne sarebbero ritornati ai loro territori, mentre a Ezio sarebbe stato riconosciuto il titolo di magister militum in occidente. Questo accordo, nato pur in condizioni tanto precarie e contingenti, reggerà e segnerà la scena per i successivi trent’anni; poi Valentiniano III, geloso del successo del suo generale Flavio Ezio, nel 453 lo convoca in udienza e lo uccide con le sue mani; la fazione fedele a Ezio replica scannando Valentiniano e aprendo l’ultima e definitiva fase di agonia dell’Impero con l’emergere di Ricimero, un patrizio di origini sveve, che tenterà di contrastare in ogni modo, a volte riuscendovi, le decisioni di Costantinopoli nella scelta dell’Imperatore d’Occidente. Nel 453, quando gli Unni, di ritorno dalla sconfitta in Gallia, entrano in Italia sempre guidati da Attila, trovano resistenza solo in alcune piazzeforti, particolarmente ad Aquileia. Il loro obbiettivo è la preda, col terrore e con la distruzione travolgono le difese incontrate, tuttavia i danni non sono tali da produrre la desolazione delle contrade e lo spopolamento della regione di terraferma a vantaggio di quella insulare. L’invasione non avrà alcuna base di stabilità; gli Unni sono in transito per questi territori, senza finalità di stanziamento; per questo motivo non si produsse che uno squilibrio temporaneo, che, cessata la bufera, si ricompose. Non fu perciò Attila il “responsabile” della nascita di Venezia, come una tarda leggenda volle far credere. (R.Cessi – Le origini del Ducato Veneziano – Morano Ed. – 1951 - pag.15 e 17) Tra il 455 e il 474 si succedono 6 imperatori: Petronio Massimo, Avito, Maggiorano, Libio Severo, Antemio e Glicerio, quest’ultimo poi deposto da Giulio Nepote a sua volta cacciato dal magister militum Flavio Oreste che, per poter governare, non essendo di stirpe italica ma germanica, fa nominare imperatore il giovanissimo figlio Romolo Augusto, nato da moglie romana. Qualche tempo dopo, nel 476, quando Flavio Oreste non cede alle richieste di terre da parte delle tribù degli Eruli, Sciri e Turcilingi, la situazione, già tesa, precipita; queste popolazioni si affidano a Odoacre acclamandolo loro re, era costui il comandante degli Eruli al servizio nelle forze militari romane, figlio di Edicone, un principe sciro che fu alla corte di Attila. Odoacre uccide Oreste, depone Romolo Augustolo e invia a Costantinopoli le insegne imperiali, simbolo del potere che ritorna nelle mani di Zenone, l’imperatore d’Oriente, il quale riconosce a Odoacre il titolo di patrizio e di governatore d’Italia. Il Senato romano ancora continuerà a riunirsi, a dimostrazione che “la fine” dell’impero non fu poi una cesura così netta; ormai da tempo l’impero romano era solamente un involucro istituzionale, privo quasi del tutto di effettivo potere. Odoacre regge il governo dell’Italia per una dozzina di anni con un esercito composto di soli barbari e riportando anche una serie di successi militari; poi Zenone lo valuta non più affidabile, o controllabile, e nell’estate del 488 spedisce contro di lui il goto Teoderico con il suo esercito. (La vulgata ha distorto in Teodorico, ma il suo nome esatto era Teoderico.) Teoderico viene dal clan reale degli Ostrogoti, probabilmente figlio del re Teodomiro, all’età di otto anni fu inviato alla corte imperiale quale ostaggio a garanzia della pace fra Ostrogoti e Bisanzio; qui per dieci anni ricevette una formazione da patrizio, apprese latino e greco e poi fu riscattato e ritornò fra la sua gente, salendo sul trono alla morte del padre nel 474. Zenone si era alleato con Teoderico che otteneva risorse in cambio del presidio al confine nord dell’impero. I suoi successi lo portano prima ad ottenere lo stato di federato romano e poi, nel 484, il titolo di console. Anche Teoderico stava diventando sempre più ingombrante per Zenone che, furbescamente, pensa di metterlo contro Odoacre; perciò tra l’estate e l’autunno del 488 muovono verso l’Italia i Goti dalla Mesia, la Serbia attuale, guidati da Teoderico. Bene e in più battaglie si difende Odoacre con il suo esercito, ma in ultimo, asserragliato in Ravenna, è preso per fame dopo due anni e mezzo di assedio. Prima della resa Teoderico promette clemenza, ma scanna poi di sua mano Odoacre e quindi ordina di sterminare anche tutti i suoi consanguinei. Così Teoderico si proclama Re d’Italia nel 493 e per 33 anni mantiene quel trono, cioè fino al 526 quando, il 30 agosto, muore a Ravenna. Abile governante, imposta una politica di collaborazione fra i suoi goti di fede ariana e i latifondisti romano-cattolici; Ravenna diviene con lui una fiorente città ed un porto importante più della stessa Aquileia. In uno sforzo amministrativo per riportare un po’ di ordine nel disgregato tessuto imperiale, riutilizzerà antiche magistrature militari romane quali i Tribuni marittimorum; che rappresentano gli ultimi detriti della vecchia organizzazione salvati dallo sforzo amministrativo teodoriciano e, come vedremo, saranno usati anche dai bizantini fino alla nascita del ducato veneziano. L’esercito rimane solo ostrogoto e gli ufficiali di stirpe romana o bizantina rappresentano delle eccezioni, tuttavia fra i collaboratori più fidati di Teoderico troviamo personaggi quali Cassiodoro, che diviene il suo segretario, o Boezio e Simmaco che erano senatori. Verso i suoi ostrogoti, con l’Edictum Theoderici tenta di modificare almeno una parte delle loro regole con l’introduzione dello jus romanus e la sostituzione dell’assemblea popolare, principale istituzione dell’antica costituzione gota, con il palatium, cioè la Corte del Re. Nella realtà non si avvia nessuna integrazione: ostrogoti e romani convivono come due entità separate, continuando a parlare due lingue diverse, conservando ognuna le proprie tradizioni, la propria religione ed il proprio diritto. I tribunali sono distinti e per dirimere una controversia tra membri delle due popolazioni si istituiva un tribunale misto. I goti sono ariani, i romani cristiani e quando l’imperatore Giustino dichiara da Bisanzio guerra all’arianesimo, in Italia si vive questa decisione come una speranza di liberazione dagli invasori ed i rapporti fra il Senato e Costantinopoli segretamente si intensificano. Teoderico prima tenta un’intesa con Giustino proponendogli un patto di libertà religiosa per cristiani e ariani, poi manda il papa Giovanni I a Bisanzio per attestare la sua tolleranza verso i cristiani. Il papa viene ricevuto con grandi onori, celebra il rito della Pasqua e incorona Giustino nella Cattedrale di Costantinopoli; Teoderico interpreta tutto questo come un tradimento e in ogni caso la missione non porta alcun risultato; al suo ritorno il povero papa finisce in carcere e lì tosto morirà. E’ questo il segnale che conferma l’inizio di una politica repressiva da parte di Teoderico che perseguiterà fino alla morte molti membri dell’aristocrazia romana sospettati di collusione con Bisanzio, nel 525 sono uccisi anche Severino Boezio e Simmaco. Una delle figlie di Teoderico, Amalasunta, nel 515 era andata in sposa a Eutarico, un visigoto originario della Hispania, che suo padre le aveva scelto per designarlo anche alla propria successione. Ma Eutarico nel 522 muore, quindi nel 526, quando anche Teoderico muore, vedendo sostanzialmente fallire il suo progetto politico, sul trono va il nipote Atalarico, figlio di Amalasunta, posto sotto la tutela della madre perché lui a quel tempo ha solo nove anni. Amalasunta è cresciuta in un ambiente culturale fortemente romano e lei è filobizantina, consapevole di non essere molto amata dal popolo goto. Tenta di impartire al figlio un’educazione latina, ma i capi ostrogoti glielo tolgono per fare di lui un vero re ostrogoto, in realtà lo porteranno a morte nel 534 per consunzione e per i troppi disagi. Amalasunta fa di tutto per resistere, si accompagna con Teodato, duca di Tuscia, richiama Cassiodoro alla sua corte, tiene contatti stretti con Bisanzio, dove dal 527 regna Giustiniano, nipote del defunto Giustino. Ma Teodato la fa prigioniera e prende il potere, lei chiede asilo e aiuto a Giustiniano che però non giunge in tempo: nel 535 viene uccisa nella sua prigionia sull’isola di Martana nel lago di Bolsena. Insieme alla minaccia lanciata da Teodato di uccidere tutti i senatori romani se non si fosse immediatamente ritirato il generale Belisario con il suo esercito dalla Sicilia, l’uccisione di Amalasunta è la concausa che Giustiniano addurrà per dichiarare guerra. Belisario, si trovava in Sicilia con il preventivo consenso degli Ostrogoti, perché aveva tenuto qui le basi per attaccare e sconfiggere i Vandali in Africa settentrionale. Di fronte alle minacce di Teodato Belisario dalla Sicilia invade l’Italia, Teodato ripara a Ravenna dove viene ucciso e sostituito da Vitige. Inizia così una guerra ventennale, poi detta “Guerra gotica”, che si concluderà con la sconfitta degli Ostrogoti. Nel 554 Giustiniano, con la Prammatica Sanzione, riconduce i territori italiani sotto la giurisdizione dell’impero di Bisanzio, restituendo a tutti i proprietari le terre che l’“immondo Totila” aveva lor tolto a favore dei contadini; la circoscrizione veneta, il cui distacco dall’Istria cominciava già a proporsi come conseguenza delle trascorse vicende belliche, rispondeva, come le altre province, al patrizio Narsete che da Ravenna governava per l’imperatore di Costantinopoli. Nell’arco di tempo della “Guerra gotica” si situano due documenti importanti per la lettura della storia di Venezia. Il primo documento è costituito da uno scritto di Flavio Cassiodoro che, nel 537 per conto dell’ostrogoto Vitige, nel suo ruolo di prefetto del pretorio, si rivolge ai “Tribuni Marittimi” per sollecitare un trasporto di derrate alimentari su barca dall’Istria a Ravenna. ( F. C. Lane – Storia di Venezia – Ed. Einaudi 1991)

Cassiodoro loda il talento marinaro dei veneziani: “Il movimento delle maree muta continuamente l’aspetto dei luoghi, che sembrano talora terrestri e talora insulari, e le vostre case sono simili alle dimore degli uccelli acquatici, perché voi tenete insieme la terra proteggendola con vimini dalle onde marine…; con le barche attaccate fuori, a guisa di animali….Voi abbondate soltanto di pesce, ricchi e poveri vivono insieme in eguaglianza. Tutti si nutrono dello stesso cibo e hanno case simili; per cui gli uni non possono invidiare il focolare degli altri, e così sono esenti dai vizi che dominano il mondo. Tutta la vostra emulazione si concentra nel lavoro delle saline; anziché di falci e di aratri, vi servite di rulli, e da qui viene tutto il vostro guadagno. Dalla vostra industria dipendono tutti gli altri prodotti, giacchè, se pur vi è qualcuno che non ricerca l’oro, deve ancora nascere chi non desideri il sale, che rende ogni cibo più saporito.…Numerosa navigia possidetis … qui saepe spatia transmittis infinita”. E’ oleografico il vecchio Cassiodoro ! Il secondo documento è il racconto di Procopio di Cesarea, che seguiva il generale bizantino Belisario nelle sue campagne di guerra. Nel libro IV° egli descrive la spedizione del generale Narsete, inviato nel 551 da Giustiniano a liberare l’Italia e Roma, ricadute nelle mani del re goto Totila. “In pochi anni Totila aveva allestito anche una flotta notevole e Narsete scelse pertanto di attaccarlo per via di terra, ponendo la base strategica in Dalmazia. I Goti sbarravano il passo a Narsete da Verona, ed avevano reso intransitabili tutti i paesi attorno al Po con fosse, voragini, paludi molto profonde ed acquitrini. Totila non pensava che i Bizantini potessero mai marciare lungo il litorale del Golfo, perché i moltissimi fiumi navigabili che vanno a sfociare colà rendono del tutto intransitabili i paesi della zona. Narsete era in grave perplessità, quando Giovanni…che aveva molta esperienza di quei luoghi, lo esortò a marciare con tutto l’esercito lungo la costa….dove le popolazioni erano soggette ai bizantini, e a farsi scortare da alcune navi e molte lance. Ogni volta che l’esercito giungeva alla foce di un fiume, gettando un ponte di lance sulla corrente, avrebbero potuto effettuare il varco agevolmente….Narsete gli diede retta, ed in tal modo puntò con le sue truppe su Ravenna.” Il passaggio di questi 25.000 uomini lungo i litorali dell’Adriatico fu certo un’impresa notevole.

Dunque nell’intervallo di soli quattordici anni, dal 537 al 551, sono documentate due operazioni che coinvolsero l’intero sistema dei villaggi dall’Istria a Ravenna e che ci permettono le seguenti considerazioni: - È ragionevole supporre l’esistenza di un’organizzazione di battellieri capace di sfruttare la congiuntura bellica sotto la guida di Tribuni marittimi. - non si tratta di una società di soli pescatori e salinari, ma occorre riconoscervi anche un’attività di navigazione quantomeno complementare, e neppure di breve raggio; - pare ovvio immaginare un’organizzazione dei prodotti e della loro commercializzazione, con la conseguente accumulazione di danaro, che spiega quindi l’esistenza di “ricchi e poveri” rilevata dal buon Cassiodoro; - le isole della laguna ospitavano una comunità organizzata e collegata con la terra ferma già prima dell’arrivo longobardo;

Le lagune del Veneto, molto più accessibili dal mare che non da terra, assumono un valore strategico come testa di ponte per l’Impero d’Oriente: le forze bizantine utilizzano, per le loro operazioni, i porti dell’alto Adriatico ed il nome dei Veneti comincia a comparire con contenuti più identificabili. Venezia, creatura bizantina: da questo momento comincerà ad essere sempre più forte il rapporto fra Venezia e Costantinopoli, perché le lagune venete per molto tempo resteranno il principale approdo di Bisanzio nell’Adriatico settentrionale; attraverso Venezia noi troviamo testimonianza della vitalità culturale ed economica espressa per molti secoli dall’Impero d’Oriente. Il nostro Occidente europeo privilegia una storia medievale eurocentrica nella quale Bisanzio gioca un ruolo subordinato, ma dal V al XIII° secolo fu Costantinopoli la metropoli del Mediterraneo.